LE VOSTRE DOMANDE: WELFARE, MERITO, LAVORO
  • PRIMA DOMANDA. Claudia Pratelli, tutela dei lavoratori
    Buongiorno signor Presidente, buongiorno signori oratori.
    Sappiamo di come la crisi economica abbia colpito i più giovani. Ce lo raccontano i dati relativi alla disoccupazione giovanile, che appunto è galoppante, l’emergenza del dilagare dei Neet, il lavoro precario e anche il fenomeno del ritorno dei giovani nella casa dei genitori.
    Questo ci suggerisce che la crisi, oltre ad avere effetti quantitativamente violenti sui giovani, determina su di loro anche effetti qualitativamente particolari come se facesse emergere una indisponibilità di ruoli adulti per i giovani nel nostro paese. Insomma, come se i trentenni italiani fossero ingabbiati nella condizione di giovani per forza dalla quale non riescono ad uscire. Di fronte a questo avremmo bisogno di politiche di sostegno e di promozione dell’autonomia che passino in primo luogo dal lavoro − non un lavoro a qualsiasi condizione ma un lavoro con diritti e tutele − ma anche attraverso il welfare.
    Ecco, sul welfare è la mia domanda, sul welfare come strumento abilitante per i soggetti.
    Per quale motivo il nostro paese è così arretrato sul terreno di un welfare promozionale e sul terreno di un welfare per i giovani in particolare? Penso all’assenza di un reddito di base che potrebbe aiutare i soggetti a sottrarsi dalla trappola della precarietà, ma penso anche alla riforma del lavoro ora in discussione in Parlamento che aveva la straordinaria occasione di estendere a tutti gli ammortizzatori sociali anche ai parasubordinati, i più precari fra i precari, che invece propone un differenziale di tutela fra soggetti.
    Mi domando allora: come si conciliano le politiche di welfare promozionale abilitante per i soggetti che potrebbero aiutare questo paese ad uscire dalla crisi con le politiche di austerity che si sono affermate in Europa e anche nel nostro paese?

    SECONDA DOMANDA. Antonio De Napoli, presidente del Forum dei giovani
    Buongiorno signor Presidente, saluto le Istituzioni presenti e i tanti coetanei. La mia vuole essere una piccola riflessione con un punto di domanda finale. Prendo spunto dalle parole del Presidente Napolitano pronunciate pochi giorni fa a Palermo.
    Lei, Presidente, ci ha invitato a “scendere in campo”. Noi abbiamo più volte detto che l’associazionismo italiano, il mondo del no profit ha intenzione di sporcarsi le mani. Quello che ci domandiamo è se nel perimetro, nel “campo” per usare la sua parola, su cui vorremmo muoverci c’è spazio per il merito. Se per merito intendiamo competenze e percorso, c’è ancora spazio per questo merito nelle università, nelle imprese, in un ricambio generazionale di qualità anche in politica, ma soprattutto siamo veramente convinti che merito vuol dire rafforzamento della democrazia e rafforzamento dello sviluppo verso cui tutti andiamo?

    TERZA DOMANDA. Eleonora Voltolina, tra gli autori del libro Giovani senza futuro?
    Buongiorno signor Presidente, buongiorno signori oratori.
    Io vorrei dare il mio piccolo contributo lanciando un appello, quello di rimettere al centro della discussione e sforzarsi di proteggere un articolo importante, forse il più importante della nostra Costituzione: l’articolo 36 che dice che ogni lavoratore ha diritto ad essere retribuito in maniera conforme alla quantità e qualità del lavoro svolto, e che comunque questa retribuzione deve essere sufficiente a garantirgli un’esistenza libera e dignitosa.
    Questo articolo viene costantemente negato nella pratica a milioni di giovani che si trovano spesso ingabbiati in percorsi di transizione dalla scuola al lavoro troppo lunghi utilizzati come escamotage, non qualificandoli come lavoratori ma come in perenne formazione e quindi ci si può permettere di non pagarli. Loro non muoiono di fame, noi non moriamo di fame, perché ci sono le nostre famiglie ad aiutarci, addirittura a volte anche fino a 40. Questo “welfare famigliare” che caratterizza l’Italia e che da molte forze politiche viene quasi benedetto, in realtà apparentemente salva i giovani, nella realtà dei fatti distrugge la loro possibilità di entrare a pieno nell’età adulta e quindi poi di diventare pienamente cittadini. Questo è quindi il mio appello perché ciascuno attraverso le proprie competenze possa rimettere al centro questo importante articolo e anche perché vengano innescati non solo cambiamenti normativi che possano impedire gli abusi, che possano impedire ai giovani di continuare ad essere sottopagati o di continuare a prestare la propria opera gratuitamente, ma anche un forte cambiamento socio-culturale affinché tutti, famiglie, giovani, datori di lavoro, si rendano conto che l’indipendenza economica è un valore imprescindibile.
  • Per l’OCSE risponde Glenda QUINTINI, economista.

    Buongiorno signor Presidente, buongiorno signori tutti.
    È vero, i giovani italiani si trovano in una situazione molto difficile in questo momento, con tassi di disoccupazione altissimi, molto più alti della media europea o della media che osserviamo nei paesi dell’Ocse.
    I disoccupati non sono però gli unici a soffrire nel contesto della crisi. Ci sono in Italia anche molti giovani inattivi e quando parlo di inattivi parlo di giovani che non sono né occupati, né alla ricerca di un lavoro e che non sono neppure in un percorso di formazione; questo è quindi un altro gruppo molto critico e difficile da reinserire nel mercato del lavoro ed è ad alto rischio di emarginazione economica e sociale. E poi ci sono tutti i giovani che pur essendo occupati si trovano ingabbiati in impieghi precari non riescono a progredire verso un impiego stabile che garantirebbe una certa stabilità economica, indipendenza, la possibilità di formare una famiglia, la possibilità anche di partecipare alla formazione permanente − coloro che si trovano su contratti atipici tendono infatti a partecipare molto meno alla formazione permanente rispetto a coloro che sono su contratti a tempo indeterminato, questo può pregiudicare le prospettive di crescita lavorativa sul lungo periodo.
    Come ci veniva ricordato, la riforma degli ammortizzatori sociali e le politiche attive mi sembrano non aiutare effettivamente questi giovani all’inserimento nel mercato del lavoro se sono disoccupati o ad un percorso di lavoro più stabile se già occupati.
    In Italia la copertura degli ammortizzatori sociali è bassa rispetto agli altri paesi, il tasso di sostituzione netto (che vuol dire quanto rispetto al salario prima della disoccupazione viene coperto dai sussidi di disoccupazione) è molto basso, soltanto il 20%. Paesi come i paesi nordici, ma anche Francia e Spagna e Portogallo, sono a circa il 70%, quindi se si è disoccupati si riceve più o meno, in termini netti dopo aver considerato imposte eccetera, il 70% del reddito di quando si era occupati. Ciò permette di cercare lavoro con un certo sostegno finanziario e di essere in un certo senso indipendenti dalla famiglia.
    Non c’è sono questo aspetto da migliorare ma anche tutto l’aspetto dell’aiuto attivo al reinserimento sul mercato del lavoro che in Italia è ancora a livello embrionale per varie ragioni (istituzionali e quindi di ripartizione delle responsabilità). Questo è essenziale perché nei paesi dove questa “attivazione”, come viene chiamata dagli esperti, funziona bene i giovani sono realmente aiutati al reinserimento sul mondo del lavoro e ciò li rende molto meno dipendenti dall’aiuto delle famiglie e delle conoscenze di famiglia. Sono quindi più i loro meriti e le loro capacità ad essere valorizzati nel reinserimento.
    Per poter rafforzare i servizi è necessario che le politiche attive e le politiche passive siano gestite da un ente comune e convivano insieme come parte di una “mutua responsabilità”, nel senso che i giovani ricevono sussidi di disoccupazione più generosi ma li ricevano sotto effettiva condizione che stiano realmente cercando lavoro e che, oltre al sussidio, possano avvalersi di un aiuto concreto alla ricerca di lavoro, per esempio come passare un colloquio di lavoro, eventualmente anche formazioni specifiche quando necessario. Conciliare la spesa maggiore per queste politiche con l’austerity è difficile, ma io penso che l’austerity non debba tagliare a tutti i costi ma anzi debba mantenere, nonostante ci si trovi in un quadro di austerity. Non si deve trascurare questo investimento sui giovani ma anche su tutti gli altri disoccupati perché per uscire dalla crisi è essenziale, ed è essenziale per il futuro del paese poiché i giovani che si trovano per un lungo periodo disoccupati, dopo la crisi potrebbero trovarsi in grande difficoltà a rientrare sul mercato del lavoro.
    Come dicevo, il fatto che il reinserimento sul mercato del lavoro sia gestito dalle politiche attive può essere un modo per premiare la meritocrazia, ma credo anche che esistano altri punti d’azione. Un esempio è dato dal settore pubblico nelle assunzioni. Ci sono paesi in cui il settore pubblico è percepito come più trasparente del privato nelle assunzioni; in Corea ci sono stati vari interventi per modernizzare le assunzioni e pare che le donne molto qualificate preferiscano fare domanda nel settore pubblico perché riescono più facilmente ad ottenere un lavoro sulla base dei loro meriti.
    Ci sono poi politiche che vanno al di là delle politiche del mercato del lavoro, come per esempio politiche di liberalizzazione del mercato dei prodotti, politiche queste che in certo senso aumentano la concorrenza tra le imprese e fanno capire alle imprese che la cosa più importante è il merito e non l’aiuto di famigliari o altro. L’assunzione dunque non è più discriminatoria ma concretamente basata sul merito.

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