LE VOSTRE DOMANDE: SCUOLA, FORMAZIONE E RICERCA
  • PRIMA DOMANDA. Luisa Treccani, giovane insegnante
    Signor Presidente buongiorno, buongiorno a tutti i presenti.
    Del volume, come insegnante, mi sembrato particolarmente interessante il tema della transizione dal mondo della scuola al mondo del lavoro, e sicuramente il ruolo centrale che ha il territorio per fare incontrare domanda e offerta. Purtroppo spesso l’istruzione e la formazione diventano capitoli di bilancio dove far cassa e non terreni fertili su cui investire.
    Quali strategie, ma soprattutto quali azioni concrete e complessive bisogna raggiungere per mettere in campo alcuni obiettivi centrali, quali: il riconoscimento del ruolo della formazione iniziale e continua e il riconoscimento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e formative − autonomia che esiste ma che spesso incontra difficoltà nell’essere rilanciata e che invece è strumento che favorisce l’incontro con il territorio −; lo snellimento della burocrazia, perché troppo spesso le alternanze scuola-lavoro incontrano difficoltà burocratiche per la stratificazione normativa e il riconoscimento reale e adeguato del merito; e infine il ruolo centrale della qualificazione professionale sia per il periodo di inattività ma anche per il riconoscimento a fine carriera di un percorso per gli aspiranti “pensionandi” che hanno visto l’allontanarsi la prospettiva dell’uscita pensionistica?

    SECONDA DOMANDA. Paolo Galimberti, giovane imprenditore
    Buongiorno Presidente, buongiorno tutti.
    La ringrazio (rivolto al Presidente, ndr) per questa occasione di dialogo anche a nome delle migliaia di giovani che hanno deciso di dedicarsi all’attività imprenditoriale in questo settore.
    Lei in un’altra circostanza ha affermato l’importanza per la crescita della mobilitazione delle energie produttive lavorative e sociali, questa mobilitazione riguarda senza dubbio l’attività congiunta di imprese ma anche di formazione. Il recente istituto dell’apprendistato ha dato l’opportunità di coniugare in maniera straordinaria una formazione sul campo, sul luogo di lavoro, che permette di mettere a conoscenza del sapere e del saper fare che si apprende direttamente nell’impresa. Questo istituto ha permesso anche l’assunzione dell’80% dei giovani che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro grazie all’apprendistato. Ecco, alla luce di tutto ciò, anche per evitare la dispersione scolastica che è un problema per il paese, credo che sia davvero importante migliorare i servizi di orientamento formativo e professionale anche grazie all’ausilio dell’associazione di categoria imprenditoriali.

    TERZA DOMANDA. Carla Bassu, giovane ricercatrice
    Buongiorno Presidente, buongiorno a tutti i presenti.
    Anche questa domanda è frutto del dibattito lanciato sul sito dell’Arel al quale hanno partecipato molti giovani che si sono confrontati su alcuni temi importanti tra cui l’università e la ricerca.
    L’università, che dovrebbe essere il luogo per eccellenza in cui la trasmissione della conoscenza rappresenta l’alimento che serve a trasformare i talenti e le attitudini personali in competenze, in cui i singoli dovrebbero trovare al massimo rappresentate le proprie potenzialità, non sempre risponde al suo ruolo. Per molti l’università è un passaggio obbligato verso un obiettivo che è la laurea, il conseguimento di un titolo di studio quindi, e non l’acquisizione di conoscenze effettive che servono a formare e a costruire una vera professionalità utile, spendibile sul mercato. Ma noi sappiamo che un titolo di studio si può anche comprare, le competenze no. Le competenze si conquistano con lo studio, con l’impegno e con la fatica.
    Vengo alla domanda. Come possiamo convincere gli studenti che con lo studio e con l’impegno si conquista un futuro migliore, quando lo Stato non investe sullo studio e sul sapere? Ben vengano i finanziamenti dei privati, ma possiamo fare affidamento solo su questo per finanziare le nostre ricerche? Dobbiamo rassegnarci e guardare all’estero, dove esiste un vero mercato delle competenze, farci accogliere da chi “coccola” i ricercatori, li aiuta e li sostiene?
  • Risponde Ignazio VISCO, governatore della BANCA D’ITALIA

    Complimenti per questo incontro e per questo lavoro, ma anche per il fatto che avete portato avanti una discussione così importante nella Rete che penso durerà ancora nel tempo. In pochi minuti non si può rispondere alle domande che sono state poste ma si possono ricordare alcuni punti fondamentali.
    Prima di tutto gli effetti del “capitale umano”, termine un po’ stravagante che indica la dotazione di abilità tecniche, conoscenze, capacità che ciascuno di noi ha, nella sfera economica, nel far crescere e migliorare il benessere. Gli studi svolti sul capitale umano, tutti comparati e scientifici, hanno un risultato di fondo comune: investire nella conoscenza conviene. Nel senso che dal punto di vista economico si guadagna meglio, dal punto di vista della vita al di fuori della sfera economica si sta meglio, si vive più a lungo, si è più attenti anche a quelle sfere importantissime della legalità, della capacità di contribuire alla qualità della vita sociale.
    Perché, dunque, visti i considerevoli e vantaggiosi risultati, in Italia non si investe altrettanto quando si fa negli altri paesi?
    Questa è la domanda fondamentale che scuola e transizione scuola/lavoro, alta formazione universitaria e ricerca, impresa e servizi connessi, chiedono. Come possiamo migliorare questo aspetto? Prima di tutto, è importante ricordare che il mondo è cambiato straordinariamente negli ultimi venti anni. Fu individuata, già quando ero a Parigi all’Ocse, una “nuova economia”, una rivoluzione tecnologica, un’apertura dei mercati. Abbiamo oggi conoscenze che sono diverse da quelle che avevamo un tempo per poter affermarsi sul mercato del lavoro. Noi siamo indietro nel riconoscere queste conoscenze, bisogna investire nelle cognizioni di base ma bisogna anche avere le competenze giuste. Ma le competenze si acquisiscono nel corso di una vita quando uno sa cosa cercare. In questo secolo che viene le competenze sono la capacità di risolvere i problemi, lo spirito critico, la creatività, la curiosità. Dove si generano queste capacità? Si generano nell’intero percorso formativo, nella scuola, nell’università. Ma noi abbiamo una scuola e un’università che hanno rallentato l’acquisizione di tali competenze, e che quindi sono meno adeguate di quanto non fossero 50 anni fa. Il punto di rilievo è che esistono, insieme alle responsabilità dello Stato, molte responsabilità della società. Infatti è compito della società, dei cittadini, capire che investire in quello che serve per vivere oggi in un mondo molto diverso da quello di 30 anni fa, conviene.
    C’è una ricerca, una sorta di rassegna, che sta per essere condotta e pubblicata dall’Ocse, contenete dati di una decina di anni fa che indicavano la popolazione italiana come una popolazione molto in ritardo per quel che riguardava «l’alfabetizzazione funzionale», cioè la capacità di comprendere come si vive in un mondo molto cambiato − come quello odierno − con conoscenze molto diverse da quelle passate. Sempre in Italia però i livelli di analfabetismo funzionale relativi alla comprensione dei testi o all’esecuzione dei calcoli, era elevatissima: l’80%. Il 50% è negli Stati Uniti, 30% in Norvegia. Sarà interessante vedere i risultati nuovi, però il punto è fondamentale: l’individuo di oggi deve essere diverso da quello di ieri. Voi siete giovani e avete sicuramente una preparazione estremamente dissimile da quella che si incontra in Italia, ma in Italia prevalgono dei modelli passati, bisogna rompere e superare questi modelli.
    Il modello che deve prevalere è che il merito deve essere valorizzato. Ma l’affermazione del valore del merito non vuole dire solo meritocrazia, non sempre una società meritocratica è migliore, ma una società che riconosce l’impegno e l’associazione tra impegno e capacità innate è quella che noi dobbiamo stimolare. I talenti se li metti sottoterra sono inutili, ma i talenti, anche quando modesti ma ai quali corrisponde un impegno, devono essere valorizzati. Ora, questa è certamente cultura da un lato ma c’è anche una convenienza dall’altro.
    Io chiuderei dicendo che l’Italia è una paese che è in ritardo per quel che riguarda la dotazione di capitale umano, gli anni di scuola, ma ancora di più l’investimento che ciascuno di noi mette nel corso di tutta una vita lavorativa nella formazione è bassa ed è contemporaneamente basso il rendimento per chi ha investito in questo capitale umano. Se si fanno confronti internazionali chi ha investito molto non guadagna “tanto di più” di chi ha investito poco rispetto a quanto avviene negli altri paesi. Questo è un paradosso! Chi non è economista non apprezza un punto fondamentale che per noi economisti è invece ovvio: gli investimenti, anche piccoli, fatti a partire da un capitale basso hanno un rendimento altissimo. E quindi dovremmo avere guadagni straordinari per coloro che investono nell’università, nella ricerca, nella formazione. Questo non avviene perché abbiamo una struttura produttiva che deve cambiare: moltissime imprese ma poche in grado di utilizzare il nuovo e le nuove tecnologie. Negli anni Ottanta abbiamo avuto un successo straordinario di piccole imprese che però non sono state in grado di cambiare quando è cambiato il progresso tecnologico, non sono state in grado pensare e realizzare un’evoluzione del prodotto.
    È lì che bisogna intervenire perché molto dipende dalla domanda.
    C’è però anche un altro settore importante: il mercato del lavoro, che deve essere flessibile.
    Quando io ero a Parigi, ricevevo spesso una telefonata da un giornalista che è diventato molto famoso (si chiama Floris), il quale mi chiedeva al telefono, in diretta Rai, «ma cosa volete dire con più flessibilità nel mercato del lavoro?». È difficile da definire cosa vuole dire. Abbiamo acquisito molta flessibilità negli ultimi 10 anni, anche grazie alle leggi che hanno il nome del professore e senatore Treu, e questo ha portato un aumento dell’occupazione del mondo giovanile, il tasso di disoccupazione e sceso dal 12-13% al 7-8% ma è rimasta questa precarietà per i giovani.
    Perché? La mia impressione è che sia giusto il dibattito che è in corso al governo e in Parlamento sulla «flessibilità buona» e la «flessibilità cattiva». Flessibilità infatti non vuol dire precarietà, vuol dire far fronte a un mondo molto diverso nel quale non si lavorerà sempre nello stesso posto e nel quale non si svolgerà sempre lo stesso compito o la stessa professione.
    Ecco perché è importante la competenza, lo spirito critico, la capacità di risolvere i problemi, la curiosità. Ma bisogna anche capire che la struttura produttiva italiana, le piccole imprese soprattutto, ha utilizzato quella flessibilità per sostituire il lavoro costoso degli anziani che uscivano con il lavoro molto più economico dei giovani, soprattutto quando tale lavoro è mantenuto in tempi brevi e senza certezza della trasformazione in contratti a tempo più lungo o indeterminato, solo per ridurre i costi del lavoro senza cambiare la propria natura.
    In questo modo si è mantenuta la sopravvivenza ma non si è investito sul futuro.
    L’intervento sulla flessibilità è dunque a mio parere una della questioni cruciali per la crescita del paese.

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