LE VOSTRE DOMANDE: NUOVE IMPRESE, VECCHIE IMPRESE... FUTURO
  • PRIMA DOMANDA. Jacopo Morelli, giovane imprenditore
    Buongiorno signor Presidente, colgo l’occasione per ringraziarla nuovamente a nome dei 13 mila giovani imprenditori di Confindustria per il lavoro che fa con grande intensità soprattutto per tenere animata una questione che per noi è strategica: la voglia di fare dei giovani.
    Noi siamo impegnati in prima linea per far in modo che le nuove generazioni non si sentano rassegnate perché si percepiscono nate in un’epoca sbagliata, fatta di precarietà e poco lavoro.
    Come giovani imprenditori riteniamo di essere in grado, combinando in maniera differente le risorse, di creare nuova occupazione a condizione che in tempi rapidi possa essere creato un ecosistema più favorevole in Italia per creare nuova impresa. Sappiamo infatti molto bene che nuova occupazione la si genera più che con imprese esistenti con quelle imprese che devono ancora nascere.
    Signor Presidente, signori oratori, non ritenete che sia necessario, da parte della politica e delle leadership europee e italiane, trasmettere un messaggio più chiaro sul progetto pensato per garantire un futuro ai giovani?

    SECONDA DOMANDA. Marina De Gennaro, studentessa dell’ultimo anno scuola media superiore
    Buongiorno signor Presidente, buongiorno a tutti. Sono una studentessa, frequento ancora la scuola superiore e quest’anno sosterrò gli esami di Stato. Sto cominciando a pensare al mio futuro.
    Crede che abbia ancora senso iscriversi all’università e di conseguenza prendere una laurea?

    TERZA DOMANDA. Marco Colombo, giovane imprenditore artigiano
    Buongiorno signor Presidente, grazie a nome degli imprenditori di Confartigianato per questo invito. Le imprese che ho l’onore di rappresentare ormai da anni stanno combattendo una vera e proprio guerra per essere competitivi sui mercati. Lo stanno facendo mettendoci tutta la propria passione, i risparmi guadagnati negli anni, i risparmi delle proprie famiglie. Lo stanno facendo puntando sui valori che da sempre sono tipici della piccola impresa, mettendo al centro la persona, la creatività, la fantasia. Oggi però queste imprese sembrano non avere delle risposte. Quello che voglio chiedere qui oggi è perché questo paese non prendere atto del fatto che se non ci saranno delle politiche vere, fatti e non parole, difficilmente questa guerra finirà.
    Utilizzo la parola “guerra” perché purtroppo, lo leggiamo quotidianamente sui mezzi di informazione, come tutte le guerre, anche questa miete vittime.
    Io penso che se le istituzioni tutte, così come noi imprenditori che quotidianamente ci sporchiamo le mani, volessero anche loro provare a sporcarsi le mani nel porre una reale e seria attenzione alle politiche giovani, allora forse potremmo dare a questo paese una grande aspettativa. Grazie.


  • Risponde Enrico Giovannini, presidente dell’ISTAT

    Signor Presidente buongiorno, un saluto a tutti presenti e anche a chi ci segue in diretta televisiva con la possibilità quindi di raggiungere un pubblico più ampio.
    Le domande che sono state rivolte adesso sono estremamente complesse. Io vorrei cominciare con una domanda che attraversa un po’ tutte le domande: come si fa a tenere desta l’attenzione su questo tema di fronte al fatto che ogni giorni ce n’è una? È incredibile ma ogni giorno, come sapete, accadono i fatti necessari per riempire un giornale. Come si fa a far sì che questo fatto stia sempre all’attenzione dell’opinione pubblica?
    Due anni fa, quando nel rapporto annuale dell’Istat introducemmo il concetto dei NEET, ripreso dall’Ocse, improvvisamente il paese scoprì la questione giovanile. Non è possibile! La questione giovanile è con noi ogni giorno ed è una questione che non riguarda solo i giovani ma riguarda tutti noi, perché senza crescita, senza competenze, perdendo il capitale umano non andiamo da nessuna parte.
    Mi piacerebbe, ma sono un sognatore, che un provvedimento nel futuro, sia «resta in Italia», dopo il «salva Italia», «cresci Italia», «semplifica Italia». Come riuscire a far sì che le migliori energie decidessero di restare in Italia, di non andar via. Faccio un esempio banale poiché ho avuto l’occasione di incontrarmi con Jacopo Morelli (giovane imprenditore di Confindustria, ndr) così l’ho provocato apertamente dicendogli: «Se un imprenditore dichiarasse che in cambio di una flessibilità analoga a quella internazionale lui o lei sarebbe pronto a pagare uno stipendio di livello internazionale per un giovane, ci stareste?». Lo sappiamo che sarebbe complicatissimo, ma sarebbe anche un segnale incredibile e quelle imprese verrebbero riconosciute perché allora sì che si impegnerebbero perché penserebbero “sì, vale la pena restare”.
    Le piccole che sono state chiamate poco fa, gli artigiani… l’idea di mettere al centro le persone e non soltanto i prodotti e l’attività economica. Credo che questo sia un elemento chiave ma le piccole imprese per crescere hanno bisogno di supporto all’internazionalizzazione, hanno bisogno di usare quelle ottime pratiche, perché le buone pratiche le usano tutti, che consentono di essere più competitivi. In questo senso mi piacerebbe se il Forum on line continuasse.
    Voi che siete più giovani di noi e avete una mente più duttile passate un attimo di tempo a studiarvi i rapporti dell’Ocse, del Fondo e distillate per la pubblica opinione le dieci idee più importati che secondo voi altri hanno già messo in pratica ma noi, presi da tante altre questioni, non facciamo. Questo sì che sarebbe un contributo immediato che rafforzerebbe il contributo di tanti che nel mondo della ricerca già operano in questa direzione.
    Mi è piaciuto molto il riferimento all’idea che il settore pubblico, se fosse veramente trasparente riuscirebbe addirittura ad attirare persone perché la trasparenza è davvero importante. In Istat, nel nostro piccolo, dovendo assumere tanti giovani a tempo determinato, perché non possiamo assumerli a tempo indeterminato, abbiamo assunto oltre 400 persone per concorso pubblico. Selezioniamo tutti i manager come li selezionavamo all’Ocse, cioè con annunci su internet. Chi ricopriva quei posti ha dovuto rifare domanda per riconquistare, e non tutti ci sono riusciti, il posto dove stava. E tra tre anni queste posizioni saranno nuovamente valutate.
    Tre considerazioni per chiudere.
    È vero, il settore pubblico deve dare il buon esempio. È vero la finanza pubblica genera terribili restrizioni ma il blocco del turn over nel settore pubblico, e in particolare in quello della ricerca,
    rischia di ucciderci anche perché abbiamo tagliato anche le spese in formazione del personale che c’è già. La situazione attuale è che non possiamo assumere persone nuove ma non possiamo formare quelle vecchie; ci stiamo condannando a un invecchiamento più rapito di quello che invece dovremmo perché questo è un intervento che avrebbe un ritorno nel campo del settore umano e nel settore pubblico di cui abbiamo bisogno urgentemente.
    In Italia si dice “trovare un lavoro”, è la traduzione “find a job”, ma sappiamo anche che molti il lavoro lo creano dove non c’era, non lo spostano. Allora in questo senso mi piace ricordare che forse l’immaginario collettivo valorizza molto − e questo è un invito ai mezzi di comunicazione − la figura del manager e molto meno quella dell’imprenditore, quello che ci mette del rischio.
    Un mio famigliare mi disse poco tempo fa che la sua intenzione era quella di diventare manager e non imprenditore. Argomentò che non aveva alcuna intenzione di mettere a rischio i suoi soldi, preferiva invece giocare con i soldi di qualcun altro.
    Ecco, questa tipologia di messaggi non era quella con cui è stato fatto il miracolo italiano. E credo anche che il mondo della comunicazione possa aiutare molto a modificare i percorsi intrapresi dalla società attuale.
    Concludo con un ultimo riferimento. Vedete, questa è una cosa che ultimamente ripeto spesso.
    Si parla molto di evasione fiscale, si dice anche che il paese è impegnato fortemente in una lotta all’evasione fiscale per riequilibrare l’equità. L’evasione fiscale vuol dire in realtà concorrenza sleale, vuol dire che se un giovane ha una buona idea e vuole entrare sul mercato con questa buona idea deve competere con chi ha un’idea meno buona ma riesce a vivacchiare attraverso l’evasione fiscale. Mi rendo conto che è un problema sociale molto complesso però mi piace pensare che un importante contributo per dare spazio e futuro ai giovani sia anche quello che si sta facendo per garantire il rigore degli adempimenti fiscali nell’ottica di consentire a chi gioca secondo le regole di vincere e diventare esso stesso un modello per gli altri. Grazie.

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