LE VOSTRE DOMANDE: EUROPA, SUD, POLITICA E DEMOCRAZIA, GENERAZIONI
  • PRIMA DOMANDA. Andrea Garnero, dottorando in Economia a Parigi e Bruxelles
    Signor Presidente, signori oratori, buongiorno. Vorrei spostare la discussione sul campo d’azione generale di tutte queste tematiche dell’economia, della crescita, dell’Europa. L’Europa sembra persa e senza una chiara via di uscita sia da parte delle leadership, ma anche da parte della mia generazione che non sente più così forte, come la sua generazione che ha costruito il progetto europeo, l’afflato per una costruzione unitaria davvero forte. Per voi lo spettro della guerra e la ricerca di une pace perpetua erano gli elementi motivanti, per noi, per la nostra generazione quale deve essere l’elemento che ci motiva ed entusiasma? Non solo un’Europa funzionale, degli elementi pratici ma anche un’Europa che ci entusiasmi per proseguire noi giovani il lavoro che voi avete cominciato.

    SECONDA DOMANDA. Girolamo Convertino, imprenditore del Sud Italia
    Signor Presidente sono un imprenditore del Sud, vengo da Brindisi una città in cui in questo momento si respira rabbia e paura, ma si percepisce anche un grande senso di rivalsa, una senso di rinascita. Faccio parte di un gruppo di giovani imprenditori e mi rendo conto che è viva una grande voglia di fare e di costruire per il benessere del nostro paese. Sono convinto pure che i giovani da una parte, e tante imprese connesse dall’altra, possano rappresentare gli elementi chiave per una rinascita sociale ed economica dei nostri martoriati territori con necessario supporto dello Stato che si faccia garante di trasparenza e valorizzazione del merito. Ho sempre sognato e continuerò a sognare un paese che dia speranza ai giovani alle future generazioni e consenta loro di valorizzare i territori dove sono nati facendo sì che abbandonarli non sia una scelta obbligata.
    Presidente, ad un giovane del Sud che ha questi desideri ed aspirazioni cosa consiglia di fare?

    TERZA DOMANDA. Elisa Deo, giovane sindaco
    Buongiorno a tutti, buongiorno a Lei signor Presidente.
    Da un panoramica generale della politica italiana, da una parte si rileva un grande astensionismo, dall’altra invece una grande voglia di partecipazione. Partecipazione che io ho avuto modo di riscontrare proprio in questi momenti difficili del mio mandato. Sono sindaco di un paese della Romagna e questo inverno nel mese di febbraio la nostra regione è stata martoriata da ingenti nevicate. Proprio lì ho avuto l’occasione di sperimentare e di vedere come ci sia partecipazione, solidarietà di persone che hanno fatto veramente “rete”.
    I giovani sembrano moltiplicare al massimo il contrasto, la dicotomia fra la disaffezione alla politica e la voglia di partecipare. C’è soprattutto il rifiuto di una politica che risulta troppo spesso rituale ed astratta ma esistono anche giovani che si vogliono impegnare per obiettivi concreti ed efficaci. Chiedo a lei quali suggerimenti vuole darci per trasformare in democrazia effettiva e reale la nostra partecipazione.

    QUARTA DOMANDA. Alessandro Aresu, giovane filosofo
    Grazie signor Presidente anche da parte dell’associazione “Lo spazio della politica” che rappresento. Mi ha sempre appassionato cercare di capire che cosa le generazioni diverse possono imparare le une dalle altre per non sentirci reciprocamente estranei e per non parlarci soltanto per stereotipi. Osservando il percorso della sua generazione, la generazione che come sappiamo dai dati occupa ancora una vasta parte della classe dirigente italiana, quale ritiene che sia stato il vostro errore più grave e quale invece ritiene sia stata la vostra conquista più grande su cui vale la pena per noi di continuare ad impegnarci?
  • Ringrazio io voi tutti, è stato un bel brain storming, come d’altronde si è potuto leggere nel web. Io mi sono “tuffato” nel web… era un diluvio di osservazioni, domande e stimoli.
    Non tiriamo le somme, tanto meno io; io cercherò di rispondere puntualmente alle domande che mi sono state rivolte. Considero però molto interessante di questo incontro il fatto che molti di voi, pur essendo fisicamente lontani da istituzioni che sembrano quasi sigle, Bankitalia, Istat, Ocse, le abbiano potute vedere in carne ed ossa e ai massimi livelli, avete potuto vedere che non sono degli arcani. Queste istituzioni sono strutture portanti della nostra società e della società europea.

    La prima domanda sull’EUROPA è una domanda intrigante perché l’Europa non sta vivendo un buon momento, sta vivendo non solo una crisi finanzia di debiti pubblici, di mancata crescita, difficoltà di ritorno alla crescita, sta vivendo anche una crisi progettuale. Sembra essere messo in forse lo stesso progetto di integrazione europea che nacque nel 1950 e mi si dice «abbiamo la sensazione che l’Europa non sia una conquista irreversibile», e se questo lo dice un giovane oggi vuol dire che qualcosa di nuovo rispetto a ciò che noi abbiamo ormai da molti decenni considerato acquisito, ovvero che l’Europa fosse una costruzione destinata a durare e che non potesse smontarsi, sta nascendo.
    Io in parte credo ancora a questo, badate che l’Europa non è soltanto il Consiglio europeo, i capi di Stato, la Commissione e il Parlamento… l’Europa è una grande costruzione sociale, giuridica, di rapporti umani e tutto questo è solido e radicato. Si parla pochissimo per esempio del Diritto comunitario, ma questa è una realtà straordinaria! Mai, dall’epoca del Diritto romano, c’era stato qualcosa che unificasse giuridicamente un continente come si è riusciti a fare con il Diritto comunitario e poi affermando la prevalenza del Diritto comunitario anche sul Diritto nazionale, sulle Legislazioni nazionali. Il pericolo però è serio, il rischio di perdersi c’è, e dobbiamo reagire. Non possiamo noi, vecchi entusiasti europeisti, chiuderci in delle certezza che appaiono scosse.
    Mi chiedeva Garnero qual è l’elemento che può motivarci perché c’è qualcosa che non motiva più.
    Certo non motiva più l’obiettivo della riconciliazione franco-tedesca come negli anni Cinquanta, evitare che ci sia un Terza guerra mondiale nel cuore dell’Europa. Questo ormai sembra un discorso di un lontano passato e io non voglio adesso agitare spettri, però, quello che secondo me rappresenta il pericolo maggiore per la costruzione europea è una sorta di ritorno dei nazionalismi, non necessariamente nazionalismi aggressivi, bellicisti, ma il ritorno di miserabili logiche nazionali e di velleitari egoismi o propositi nazionali. Questo è uno dei pericoli maggiori perché si comincia con il dire “no” a un maggiore impegno di solidarietà, o si resiste a nuovi passi avanti sulla via dell’integrazione. Si pensa di poter sventolare bandiere che non hanno più nessun terreno su cui impiantarsi e intanto si fa danno all’Europa e si fa perdere di vista il progetto.
    Quello che potrebbe oggi motivare di più e motivare persone giovani è cercare il modo di far vivere e fare andare avanti − come giustamente ha notato Garnero in termini più generali e non puramente economici − l’Europa dei diritti e del welfare, in un mondo che è radicalmente cambiato e ancora più sta cambiando. Questo è veramente molto difficile, è un’impresa ardua. La cancelliera tedesca, molto criticata, ha fatto un’affermazione semplice durante l’ultima conversazione che ho avuto con lei durante un incontro non pubblico, «non dimentichiamoci che noi, tutti insieme, oramai non siamo altro che il 7% della popolazione mondiale». Quindi, in un mondo in cui gli equilibri demografici, economici e politici sono così radicalmente mutati, possiamo non diventare irrilevanti soltanto se riusciamo ad agire come entità unitaria. Ma, anche detto questo, come salvaguardare conquiste, diritti che sembrano incompatibili con le esigenze della globalizzazione, di una competizione senza limiti, senza freni e, purtroppo, specie in campo finanziario, anche senza controlli? Come riuscire a far vivere queste conquiste europee, l’economia sociale di mercato, la solidarietà sociale, i diritti, i valori e la capacità di continuare a dare anche allo sviluppo mondiale il contributo della civiltà europea quale si è venuta accumulando nel corso di molti secoli?
    Intendiamoci, una parte del mondo ce lo chiede ma dobbiamo essere capaci noi di rispondere a questa domanda e, d’altra parte, io non credo che le persone − non voglio dire animate da chissà quali ideali rivoluzionari ma persone civili − possano maledire il tempo in cui vivono solo perché centinaia di milioni di persone che dalla Cina, dall’India, dal Brasile stanno uscendo dall’area della povertà e della fame e quindi, con enorme slancio laborioso e produttivo, stanno conquistando fette di produzione e ricchezza mondiale con conseguente ridimensionamento delle nostre aspettative e del nostro tenore di vita rispetto a come si era andato imponendo nei confronti del resto del mondo ancora così arretrato e inerte. Ciò che deve dunque motivarci è questa grande sfida: far vivere un’Europa dei diritti, del welfare, della solidarietà, dei valori di cultura che abbiamo via via accumulato in un mondo che è completamente diverso anche da quello di 10 anni fa, per non dire di 20 o 50 anni fa.

    (CONTINUA...)
  • (...)

    Di questo mondo fa ancora parte il MEZZOGIORNO, un grande mondo, grande e terribile, nel quale opera Convertino e dove sono nato anche io. Io ho trovato molto felice lo spunto provocatorio del professor Giovannini se ci fosse un decreto «resta in Italia» sarebbe bello. Ci si può provare, naturalmente non bisogna fare retorica perché è bello vivere nella propria terra ed è doloroso lasciarla. In tanti l’hanno lasciata, anche tanti meridionali che hanno fatto bene altrove, andando nel resto d’Italia o nel resto del mondo. Ma qui la questione non è soltanto di un desiderio o di un attaccamento del giovani meridionali alla loro terra. Si tratta di capire come far crescere l’Italia. L’Italia non cresce se non si valorizzano le risorse del Mezzogiorno e in particolare le risorse umane del Mezzogiorno. Oramai questa è una verità che difficilmente può essere contraddetta. E allora cosa consigliare? Consigliare innanzitutto una determinazione, una volontà, una disponibilità a fare, non l’attesa del posto pubblico… e si è esagerato, qualche volta, nel rappresentare questo come luogo comune dominante tra i giovani del Mezzogiorno. Però c’è qualcosa di cui liberarsi ancora. C’è da valorizzare quelle qualità di cui parlava il governatore Visco, spirito critico e capacità di iniziativa, altrimenti non si regge nessuna sfida, tanto meno quella del far crescere il Mezzogiorno e con il Mezzogiorno l’Italia. Avere il senso della novità, non ripercorrere sentieri come quelli che i vostri padri hanno percorso perché non riuscirete a fare le stesse cose e forse nemmeno a realizzare gli stessi salti in avanti che, partendo da quali terribili arretratezze, essi compirono negli anni successivi alla fine della guerra e alla liberazione. Essere quindi molto convinti sostenitori della causa del Mezzogiorno ma con spirito innovativo, con senso del cambiamento e con grande capacità di iniziativa e spirito critico di chi vuole farsi protagonista.
    Caro sindaco di Galeata, mi ha posto un problema complicato: come tradurre lo spirito di partecipazione che c’è tra i giovani e che si manifesta in tanti modi, in sviluppo della DEMOCRAZIA. Io penso che la partecipazione dei giovani può svilupparsi e si sviluppa attraverso tanti canali. Non ci sono soltanto i partiti politici per essere presenti nella vita sociale anche in una certa misura nella vita pubblica. Si sono citati esempi di mobilitazione dei giovani in caso di emergenze, grande slancio, grande senso di una responsabilità collettiva e di solidarietà. In generale la realtà dell’associazionismo è in Italia un realtà formidabile che mobilita grandi masse di giovani che, attraverso le associazioni, possono fare tante cose tra cui intervenire su questioni di dibattito pubblico, prendere iniziative dal basso, scendere in piazza − per esempio quello che è successo ancora ieri a Brindisi, a giorni di distanza da quella tragedia, questa capacità reattiva che si è manifestata in modo splendido.
    Però, attenzione! Qualsiasi canale di partecipazione, come voi sapete molto meglio di me che sono assai scarsamente addomesticato con il web, questo grande canale di partecipazione, non può condurre direttamente al luogo delle decisioni politiche. Un grande studioso, un grande politologo,
    il professor Sartori, scrisse che i partiti sono le cinghie di trasmissione delle istanze dei cittadini verso le istituzioni. È nelle istituzioni che si prendono decisioni e che si decidono le politiche pubbliche, quindi se manca quell’anello alla magnifica partecipazione popolare, sociale, giovanile, solidale, non si riesce a toccare la sfera delle decisioni.
    Come possono fare i partiti o come possono fare i giovani rispetto ai partiti?
    Io ho usato questa frase a Palermo «spalancate porte e finestre» perché può capitare che appaiano chiuse o siano resistenti ad aprirsi e quindi, a volte, è necessario qualche spintone e credo che i giovani siano in grado di darlo a patto che ci sia la consapevolezza della necessità della dimensione politica. Io non voglio trascinarvi nella preistoria della mia vita, perché è preistoria, raccontandovi di come i giovani si avvicinarono alla politica nel 1944-45-46 e ancor prima quando il fascismo stava vacillando e stava trascinando nel disastro il paese. Ma voglio ricordarvi un intellettuale di altissimo livello e straordinaria precocità, Giaime Pintor, che, quando andò a fare la Resistenza, aveva già scritto cose molto importanti di storia della cultura, storia della letteratura. Lasciò Roma, era un giovane ufficiale, e si diresse in Abruzzo per unirsi alle formazioni partigiane. Saltò su una mina e morì a 25 anni; prima di partire però, presumendo anche di poterci lasciare la pelle, aveva scritto una lettera al fratello in cui diceva che storicamente in tutte le società, quando sono scosse nelle loro fibra più intime, si determina un fenomeno di corsa alla politica. Ci fu corsa alla politica per combattere il fascismo, nel pieno del fascismo, al termine del fascismo, dopo la caduta del fascismo quando si cercava di ripartire da zero. Leggetevi un bel libro su come si è costruita l’autostrada del sole e vedrete che cos’era quell’atmosfera! Adesso guai se invece della corsa alla politica ci fosse la fuga dalla politica, questa sarebbe la catastrofe per la democrazia e per la nostra società. Quindi alla politica bisogna andare con impegno e anche con forte piglio di trasformazione, di cambiamento e quindi se le porte e le finestre le trovate chiuse o socchiuse cercate di spalancarle. Io non ho altre ricette da suggerirvi.

    (CONTINUA...)


  • (...)

    Infine Aresu, considerazione storica-filosofica e domanda inquietante: «Quale è stato il più grande errore della mia GENERAZIONE». Io ho partecipato alle vicende e ho condiviso le responsabilità della mia generazione però sono stato parte di una generazione. Adesso vi dico una cosa che farà un po’ inorridire, se non la sapete già. Sono stato per 38 anni deputato al Parlamento, di questi 38 anni sono stato per 34 anni all’opposizione. Credo che potrei scrivere un trattato su come si fa l’opposizione. Il maggior partito di opposizione non aveva accesso a possibilità di governo, per ragioni che sarebbe complicato e anche superfluo spiegare per sue stesse rigidità o affiliazioni ideologiche, e l’assillo di chi stava all’opposizione, cercando di non dimenticare le proprie responsabilità come parte di una classe dirigente complessiva, era dare carattere propositivo all’opposizione. Guai se vi raccontassi solo quello che c’è stato di negativo in Italia, perché c’è stato anche del positivo; intendiamoci, gli errori sono stato tutti di chi ha governato e anche di chi è stato all’opposizione… ma, se dovessi indicare l’errore più grave che abbiamo condiviso, lo collocherei in una certa fase dello sviluppo della società italiana, negli anni Settanta, quando la nostra società conobbe molti elementi di novità, anni di grande cambiamento e di riforme, si lottava dall’opposizione per obiettivi di riforma e di cambiamento sociale. Però, quando poi si è trattato di stringere e formalizzare alcune di quelle conquiste è accaduto che lo si è fatto da posizioni completamente diverse, maggioranza di governo e opposizione, e lo si è fatto molto affidandosi al canale della spesa pubblica. Si è dilata la spesa pubblica per soddisfare esigenze sacrosante di maggiore giustizia, di maggiore progresso ma nello stesso tempo sterilizzando l’impatto che queste conquiste avrebbero avuto, perché per reggersi senza scaricare tutto sulla spesa pubblica avrebbero dovuto esserci assai più profonde trasformazioni nella distribuzione della ricchezza. E quella spinta ha finito per mancare, un po’ ci si è adagiati, sta di fatto che tante cose si potevano fare aprendo quei rubinetti, e per quei rubinetti è passata tanta acqua sporca, non solo acqua pulita, per sopportare il peso e il costo delle riforme dei cambiamenti sociali secondo equità e secondo giustizia. È stato un errore grande perché noi abbiamo accumulato cambiali pesantissime, quelle del debito pubblico e se continuassimo così, se non stessimo facendo quello che più o meno si comincia a fare, scaricheremmo un peso gravissimo sulle generazioni future e questo e un qualcosa anche di moralmente insostenibile. Non voglio entrare nel merito di discussioni politiche, c’è come sempre la più ampia libertà di giudizio e di critica su qualsiasi cosa faccia qualsiasi governo, anche questo governo, ma credo che si stiano facendo certamente politiche di risanamento e consolidamento fiscale e di restrizione della spesa pubblica ma, le restrizioni possono fare anche molto male a un paese quando i tagli vengono fatti con l’accetta, quando tutto viene tagliato allo stesso modo, quando si tagliano gli investimenti per la formazione o per la ricerca. Quella è una cosa che non bisogna fare!
    In questa direzione bisogna procedere ma allo stesso tempo non bisogna chiudersi nella prigione della paralisi delle possibilità di investimento pubblico, né di ulteriore ripresa o rilancio della spesa improduttiva, bisogna sostenere il finanziamento della politica degli investimenti per poter garantire la crescita e l’ occupazione per i giovani.
    Mi pare però che Aresu nella sua domanda ha domandato anche la “parte buona”, «quale è stato il nostro traguardo più importante». Mi pare abbastanza semplice dire che il traguardo più importante è stato precisamente l’integrazione europea, pensare un’Europa unita, quando l’Europa aveva ancora una posizione di grande vantaggio rispetto al resto del mondo, quando il baricentro degli affari economici del mondo non si era ancora spostato dall’Atlantico verso il Pacifico. Avere immaginato questo, anche persone che erano più avanti negli anni quando io ero giovane, è stato veramente qualcosa di straordinario. Avere coltivato questo filone nonostante gli alti e bassi della politica italiana, aver tenuto fermo questo grande indirizzo, questo timone di una politica europea, per noi è stato veramente importante e lo considero il nostro maggior traguardo.
    Ma io spero che voi ne realizziate altri.
    Grazie.


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